Punta d’Erce: due ipotesi sull’origine del toponimo.

puntaderce.jpgIn alcune aree campane e salentine il teonimo Erce tramanda la memoria di Ercole, divinità che era molto venerata anche in Abruzzo, specie nelle zone vicine alle strade tratturali. Perciò è plausibile pure nel territorio di Vasto il teonimo (=nome di divinità) Punta d’Erce.

Ma è valida anche un’altra ipotesi, che ci conduce lontano nel tempo. Sul promontorio di Punta Penna sono stati rinvenuti reperti e resti di un piccolo villaggio d’origine frentana, continuato ad abitare successivamente per alcuni secoli. Allora si può pensare che il vicino promontorio di Punta d’Erce sia stato utilizzato nell’antichità come roccaforte per l’estrema difesa degli abitanti. In pratica l’arx (fortificazione con mura difensive), dal quale derivarono numerosi toponimi in tutta Italia, ad esempio “Arce”, e similari. Il passaggio linguistico da “Arce” ad “Erce” può avvenire facilmente per l’intervento del dialetto dei parlanti.

Il Marchese D’Avalos e la terra di Marrollo

Inserisco qui una curiosa vicenda tramandata nelle memorie di Emiliano Marrollo prelevando il testo direttamente dal sito in cui è riportata:

Dopo di Antonio Caldora, venne al potere Federico III d’Aragona come Signore di Vasto, il quale fece e nominò nel 1497 il primo Marchese di Vasto, nella persona di Innico II d’Avalos d’Aquino.

Impossessatosi di tutti i beni donatigli dal sopraccennato d’Aragona, si arriva, di discendenza in discendenza fino al marchese Conte Cesare Michelangelo d’Avalos, sotto il cui govemo si svolgono i fatti che verranno narrati.

Siccome i monaci di Tremiti a mare avevano possesso di un grande patrinornio di due feudi nel circondario del Vasto, cioè di Ragna e Bardella del Comune di Scerni e perché essi proprietarii misero in vendita i detti beni per un prezzo elevatissimo, non vi fu che solo l’avido e prepotente del marchese del Vasto che potè farne acquisto.

Era questa la sua mira e la scarsezza dei concorrenti compratori, concorse a fare risultare paga la sua ingorda mira.

Dopo di tale acquisto, egli, volle personalmente andare a prendere possesso dei sopraccennati feudi; e, dal Vasto, partitosi con poderosa forza, venne sopra luogo.

Si premetta che affiango al feudo Bardella v’era una estensone di circa 55-56 salme di terra, posseduta dal mio bisnonno, Giacomo Rinaldo Marrollo.

Ora avvenne che il Marchese Conte Cesare Michelangelo nella sua gita di ricognizione del nuovo possesso, ed in compagnia dell’Agente dei primi possessori dei feudi, passò d’apprirna pel feudo Ragna, e poi facendo il giro venne all’altro Bardella cioè si partì lungo la riva del torrente Sinello, e poi di mano in mano arrivato al vallone detto di Roviceto risalì al boragno e sempre salendo colle per colle giunse alla estensione delle dette terre coltivate…

Dove, con sorpresa, il Marchese guardò e riguardò, osservando quel vuoto dissodato del Bosco.

Per il chè il Marchese giunto alla fin fine di questo sempre ripensando a quel vuoto di terra coltivato, interpellò l’Agente.

“Ditemi, come va che la siepe circondante questo mio feudo non và dritto al vallone Roviceto, e, non comprende ancora quel suolo coltivato ?”

L’Agente rispose: “Eccellenza, sempre così è stato il confine, dacchè i monaci m’hanno fatto custode di queste terre, come coltivato ho trovato quell’ esten- sione di suolo che a lei pare del suo.”

Ed allora soggiunse il Marchese “a chi apparterrebbe ?” L’Agente di rimando “I Signori Marrollo di Scerni, per quanto mi sappia sarebbero come sono, i legittimi proprietarii,” “Quando così è”, ripeté il Marchese, “Agente, mi farai chiamare tale proprietario, il quale sarà tosto invitato, perché venga in mia presenza.” Di lì a poco il Marrollo fu condotto per mezzo di un subbordinato dell’Agente, al cospetto di sua Eccellenza, e quegli facendoglisi innanzi con un inchino umiliante e rispettoso, disse “A che debbo servirvi, Eccellenza vostra Illustrissima?”

“Ecco, signor Marrollo, di che si tratta. Io ho fatto acquisto, come dovete sapere, dei due feudi Ragna e Bardella e venuto quì espressamente a prendere possesso, veggo con malocchio quello spazio di suolo coltivato d’accanto al mio bosco, di cui, come l’Agente mi fa sapere, voi siete il proprietario.

Vi pregherei di cambiarmelo, perché mi piacerebbe allineare fin giù al vallone, la mia siepe, e darvi invece io un altro appezzamento sito in contrada Ciciardo, il quale è oggi posseduto dal Signor Panfilo Marrollo fu Giuseppe e da altri.” Al che, coraggiosamente ed impavidamente il Marrollo rispose a sua Eccellenza: “Prego, signor Marchese, le mie terre che voi pretendete avere, scambiandole reciprocamente, non sono vincolate da nessun tributo governativo e, per di più sono terre nuove, vergini e feconde. Le vostre invece sono in prima vincolate, e poi sterili e sfruttate”.

Il Marchese, indignato a tale secca e canzonante risposta, non disse verbo; ma in cor suo pensò di soddisfarsi a tutti i costi e di vendicarsi di quello irriverendo uomo, ricorrendo alla sua prepotenza e fidando sulla sua potenza. Subito dopo chiamò alcuni dei suoi numerosi satelliti e ordinò loro espressamente di arrestare quell’individuo, per poi tradurlo in carcere entro un castello, ove l’aspettava la morte, e, dopo d’avergli confiscata tutta la sua roba, ne più nemmeno come facevano tutti i feudatarii d’allora per ogni qualsiasi circostanza.

Il Marrollo, che aveva avuto sentore di tale ordine, ebbe campo di svignarsela e così fuggire dalle prese di quei furibondi manegoldi. I quali, pieni di sconforto e di fatiche invane, tornarono dalla loro Eccellenza, per dire che ogni loro sforzo era stato impossibile ad arrestare il fuggiasco, che, innanzi s’era troppo allontanato per poter essere preso dai loro ferri.

Ed il Marchese a sua volta, pieno di indignazione e di rabbia, ordinò a quel detto Agente dei Monaci, di far chiamare diversi coloni, perché immediatamente raddrizzassero la siepe fin giù al vallone; ed a fine di guarentire questo suo arbitrario atto, raddoppiò i guardaboschi, ingiungendo loro rigorosamente di salvaguardare con attenzione quel suo appezzamento nuovo del feudo Bardella e di far fuoco senza indugio a chiunque si fosse azzardato d’entrare in quelle terre coltivate. Il giorno susseguente fece misurare l’estensione di queste ed altrettanto fece nella contrada Ciciardo per una medesima area; ed in tal modo il contratto di cambio, preteso dal Signor Marchese, fu presto e fatto, senza naturalmente, l’acconsentimento dell’altro.

All’estremo male, estremo rimedio; e così dovette fare il nostro fuggiasco Marrollo per scambiarsi il peggior dei mali: la vita, l’onore, la roba e tutto il resto.

Accondiscese quindi al contratto del Signor Marchese, prepotente e potente in tutta la sua linea di feudatario, ma muto in cor suo, il Marrollo vi giurò vendetta atroce.Era uso il Marchese d’Avalos, come del resto era costume dei suoi antenati tutti, venire ogni anno a Scerni per svernare e poi nel mese di ottobre tornare nel Vasto, (per cui questa terra ebbe il primo nome di battesimo “SVERNIA”, il secondo “LA SVERNIA” donde l’ultimo “SCERNI”. E con lui, il Signor Marchese, al solito veniva una numerosa scorta di gente, per il che al nostro vendicativo Marrollo, non poteva riuscirgli mai un’occasione propizia d’ucciderlo; giacché non mai mancava due o tre guardie di scorta al Marchese, nemmeno quando sortiva per poco dal suo palazzo. Il Marrollo intanto non cessava di perdersi d’animo e non abbandonava giammai il pensiero fisso della vendetta: si almanaccava in tutte l’ore il proprio cervello, di giomo e di notte, di notte e di giorno, sempre nella sua mente, nella sua fantasia si vedeva sanguinante il cadavere di quello scelleratissimo e sanguinario feudatario del Marchese. Fra le altre, pensò un giorno cosa che ben dovevagli riuscire a tiro.

Egli disoppiatto proprio alla Fonte detta di Cotealto, l’aspetterebbe quel Signor Marchese, allorquando esso usciva la sera a frescheggiare a circa le ore 22 -secondo l’antico orologio- al disotto il trappeto del Reverendo D. Panfilo Ciccarone, essendochè era in allora tempo di terrorismo, di proprietà della Eccellenza d’Avalos detto trappeto e casa attigua. Sempre, e in tutto e con tutti, potente e prepotente quel Marchese buon animo d’Inferno…

Sì, l’aspetterebbe a quell’ora e in quella sera; e una sua palla, ben tirata, l’avrebbe potuto freddare!… Difatti con questo proponimento, si apposta, freddo e risoluto, a venti ore, dietro la detta fonte, e verso l’ora aspettata e fatale, ecco che vede il Marchese scendere dal palazzo, e passeggiare poi in su e in giù. Con mano ferma, il Marrollo, intrepido, tira il colpo dalla carabbina; e sicuro d’averlo fatto il colpo, si diè frettolosarnente e senza alcun rimorso in precipitosa fuga.

Molto sfortunatamente però, il Marchese non rimase ne freddato, nè tampoco toccato, perchè egli si trovò in quel momento, prima che la palla l’avesse squarciato il petto, ove era diretta, a voltarsi, e quindi scomparse da quel tiro, che bruciò la sola manica della veste da camera. Figurarsi lo spavento della gente del Signor Marchese, salvo per puro miracolo di Satana. In un baleno, appena dopo il colpo, una numerosa gente si vide presso di se l’ Eccellenza d’Avalos, il quale trepidante tutto, calmò o cercò di calmare quelli accorsi, indicò loro donde era uscito il colpo e invitò tutti di correre subito in cerca del traditore.

In breve, tutta la forza Marchesale si vide scatenarsi giù per le coste, per cui si andava al luogo indicato e fatale. Ogni sforzo, ogni traccia di ricerca furono del tutto vani, perché, come s’ è detto, il Marrollo nella sua corsa precipitosa, subito dopo tirato il colpo, già era arrivato niente meno al Sinello, allora quando quella gente raggiunse il posto dell’attentato. Durante il suo fuggire, Marrollo gioiva, tutto concitato per non cadere nelle mani dei manegoldi, presupponendo che il Marchese sarebbe stato morto, se non fulmineamente, almeno dopo raffreddato il colpo. E fuggiva, fuggiva come una saetta, fintantocchè arrivò al Vasto ove s’abbattè molto fortunosamente con diversi Giovinazzesi.

La prima domanda che fece fu quella di sapere da questi forastieri, se loro occorreva un garzone e quelli di risposta dissero che di garzone non avevano bisogno, ma che se voleva prendere l’arte loro quella del marinaio, non gli rimaneva altro che di arrolarsi a quella loro compagnia, il Marrollo accettò e tutti con lui furono contenti.

Non fa bisogno dire quanto sia stato felice quest’incontro pel nostro fuggiasco Marrollo e con quant’amore prese imbarco con quei nuovi amici Giovinazzesi. Arrivata la nostra brigata e con questa il Marrollo nel paese di Giovinazzo, con molta fortuna si cominciò a lavorare da marinaio da parte del nostro fuggitivo, il quale fu fatto così emigrato per sempre, essendocchè chi passava da una contea ad un’altra, secondo leggi di quei oscuri tempi, si scampava la vita e si perdeva il diritto di cittadinanza. Ed in questa persuasiva di non poter più rimpatriare, pensò bene di rammogliarsi colà, ed ivi con buona fortuna fu padre di numerosa prole, tanto che col tempo, poco più di un secolo, la contrada della marina poteva ben chiamarsi Marrollo, Che anzi col volgere del tempo da Marrollo si ebbe Morolla, o perché il primo di tal casato che fu in quei paesi fu mal capito, o perchè mal si spiegò, ed o perché per gli effetti del tempo, avvenne, come in ogni cosa di natura, quella trasformazione di nome.

Su l’esistenza di tale Morolla in Giovinazzo, i miei non hanno lasciato mai d’inforrnarsi, ma tutti sempre m’hanno assicurato ch’esiste, ma che fu una ben estesissima famiglia. Che anzi, cade opportuno narrare questo fatto avvenuto nel 1856 per meglio accertare la verità di questo nostro asserto, a riguardo della famiglia Marrollo vissuta e vivente in quel di Giovinazzo.

Al principiare del mese di aprile di detto anno, capitano al Vasto per la vendita del grano i signori Panfilo Marrollo fu Giuseppe e Cassiodoro e Giovanni di Fonzo, quali deputati di commissione per la festa di S. Panfilo, patrono della festa e ricorrente addì 28 aprile di ogni anno.

La vendita del genere fu presto fatta colà a certi due negozianti di Giovinazzo, che negozio avevano nel Vasto.

Fatti i conti, i nostri venditori, staccaronsi da quelli; ma dopo meno di un’ora vi tornarono ben scrupolosamente, perché, consegnata la moneta, si trovò in dippiù un trenta ducati.

Al fondaco dei negozianti Giovinazzesi non si trovò che uno solo di essi, ed a questi rivolse la parola subito appena entrato Il Marrollo: “Amico, avete fatto un ben grande sbaglio”.

E l’altro, tutto concitato a questa inaspettata e dubbiosa inchiesta, chiamò il suo compagno Giovinazzese, poco di là discosto e disse “Marolla senti, senti, che nel conto del grano venduto da questi signori v’è stato dello sbaglio”. Ed il Marrollo: “No, badate lo sbaglio c’è ma è a nostro favore e a vostro discapito. Non siamo noi padroni di tal somma ma è esclusi vamente del Santo”; Infatti si rifecero i conti esatti, e si trovò la verità del Marrollo. Questi allora, tutto desideroso di conoscere quel forastiero negoziante che chiamavasi col proprio casato suo, domandò: “Di grazia, come vi chiamate, se è lecito, donde siete?” “Angelo Marolla, a servirvi io mi chiamo, e Giovinazzo è la mia terra natia”. A questa risposta, il Marrollo Panfilo, che già sapeva dei suoi antichi parenti Giovinazzesi, con tutta commozione abbracciò quel suo inaspettato congiunto, lo baciò e lo ribaciò.Anche l’altro era commosso e non cessava di parlare, dicendo chi egli era e da chi ebbe vita, raccontando della sua origine, che veniva dai Marrollo di Scerni e domandò nuove del suo original paese. Soddisfatte tutte queste domande, e passati quei primi momenti di commozione e di abbracci di affratellamento, il Marrollo invitò quel parente suo a venire in Scerni, a casa sua, ove gli avrebbe fatto conoscere tutti i suoi, nonché indicargli quel fatal luogo dove tirò il colpo di fucile all’Eccellenza d’Avalos, uno dei loro antenati, quel primo Marrollo, che, emigrato, dovette rifuggiarsi nel lontano paese di Giovinazzo.

Ricordi vastesi

La memoria “lavora” in silenzio, ma diventa “voce narrante” quando annoda le trame dei ricordi, per salvarli dall’oblio.

A volte basta una canzone, un brano musicale, una fotografia per tornare al passato… e quel tempo diventa cornice di un racconto, di una poesia…

“Lu ricorde”

A la sprovviste nu ricorde arrive
gne chele sunne che te fa svejà
e a ucchje apirte pare ch’arevive
na storie vicchje che fa ’dduselà.

Le sinte na bbande, nche lu sone
che ’avveceine… passe…e se ne va:
na puhesì po resse, na canzone…
na neequetate che n’ze po’ scurdà.

Nnche nu mutive allegre o nu lamente
te pò fa piagne o ride, a lu mumente;
se n’arevà po, sempre cchià darasse,
ma fine a che nen mure nen te lasse.

Lu tempe vole e quande l’ore arrive
nu pure duventame nu mutive
e pure nù gne èsse, piane piane,
dalonghe iame…sempre cchiù luntane.

’Mmezze a la ggente che nen ce stà cchià
ricurde tra ricurve, pure nù.

(Osvaldo Santoro, poeta vastese)

Scrivere per non disperdere alcuni ricordi personali o memorie collettive, pur nella consapevolezza che i ricordi sbiadiscono, mutano la realtà col trascorrere del tempo.
Cambia anche la percezione degli spazi: una strada, una casa, un panorama. Come li abbiamo visti nell’infanzia ? Possiamo sforzarci di ricordare le sensazioni di allora, ma se ritornassimo in quei luoghi li vedremmo, comunque, in modo diverso.

“Lo stesso inganno”

Ritornare
sul luogo dei ricordi
per riesumare
le spoglie del passato
è usare
violenza al cuore.
Lo stesso inganno
di chi guarda
la lucciola di giorno
e scopre che è
un insetto nero
che gli cammina goffo
sul palmo della mano.

(Bruno Dall’Olio)


La costa frentana, i paesi sulle colline vicine la riviera, Vasto: percorsi di memoria ed illusioni sentimentali in un gioco di riflessi.
Ricordare per “leggere” il passato e costruire l’autobiografia.A volte per ricordare bastano le prime note di una canzone che non si ascoltava da tempo per tornare con la memoria a quel tempo…a quella ragazza amata nel tempo d’estate; alla spiaggia di Vasto con i gabbiani che cabrano sul mare turchese; all’antica dimora dove sono nato, nel centro storico.Già, la casa avita. Quando torno a Vasto quella palazzina sembra accogliermi con un abbraccio affettuoso, consolatore.

Il bel portale immette in un piccolo giardino ed allo scalone che conduce al piano superiore, dove ci sono le stanze che mostrano i segni del tempo che passa, pavimentate con le ceramiche di Vietri sul Mare, preferite da mio nonno, che scelse per ogni camera diverse tonalità e disegni di mattonelle.

Nello studio-biblioteca lo scorrere del tempo sembra lieve, come il velo di polvere che si posa silenziosamente sugli specchi, sui mobili, sui libri che hanno conosciuto varie generazioni della mia famiglia.

Dietro la porta d’ingresso nella camera da letto dei miei genitori ci sono ancòra incisi dei segni, quasi impercettibili, che soltanto io vedo bene, perchè rappresentano un piccolo segreto tra me e mia madre, che li tracciava per indicare periodicamente la mia crescita in altezza.

Poi c’è il salotto, quella della buona borghesia…di una volta, dove venivano intrattenuti gli ospiti. In questa stanza i segni del tempo sono sui bordi lisi delle vecchie poltrone in pelle, vicine al caminetto annerito dal fumo di lontani inverni.
Sul divano ci sono gli sbiaditi cuscini ricamati da una zia. Ancòra la ricordo in quei giorni d’estate, seduta vicino la finestra che si apre sul golfo, per rinfrescarsi con la brezza marina pomeridiana e per carpire la luce solare mentre era intenta a seguire con ago e filo il disegno sulla tela incastrata nel telaio da ricamo.

Quando torno a Vasto da quella finestra ammiro le isole Tremiti con lo stesso stupore di quando ero adolescente, anche se in quel tempo la contemplazione del paesaggio m’immalinconiva, perchè ero “lontano” dalla fanciulla amata, che pur abitava nella stessa via. Soltanto i rintocchi scanditi lentamente nell’antico borgo dall’orologio sul campanile della chiesa di San Giuseppe lenivano la mia ansia, nell’attesa dell’uscita serale per incontrare la ragazza dei miei sogni.

 

 

Nostalgia

Un tema antico ma sempre attuale: il ricordo.  

Il ricordo di un amore nato sulla spiaggia di Vasto durante l’estate.
Il ricordo di un amore finito che torna all’improvviso e colpisce con forza inattesa.

A volte bastano le prime note di una canzone che non si ascoltava da tempo. Da quel tempo…e nella mente si ricompone l’immagine del volto amato, col quale si credeva di aver chiuso per sempre. Ma il ricordo, improvvisamente liberato, fa affiorare la la struggente nostalgia per quella ragazza incontrata in un giorno solare sulla spiaggia di Vasto Marina.
La nostalgia, le note di una canzone… per ritornare con la memoria a quel passato, con la consapevolezza dell’illusione, del gioco con la fantasia.

Inesorabili
scorrono gli anni.
Nostalgici ricordi m’assalgono.
Vorrei fermare il tempo,
rivivere dei momenti ormai passati, a Vasto.  

(Laviniano)

Paese mio  

Il pensiero torna
alla casa natia
alla mia gente
temprata
dalla miseria,
ma ricca
di calore umano.
Tutto era bello,
tra voci
e sguardi limpidi
tutto era buono.
Nell’atmosfera
di incanto
rivivo la gioia,
le immagini di tempi andati.

(Nicola Bottari)

Mi ridà tempra questo caro intrico
di vicoletti, viuzze e di piazzette
che sveglia la memoria in un antico
vociar di bimbi e di dolci nonnette.  

Fette di cielo azzurro, un muro amico,
la finestrella senza più violette
e su, che svetta, il campanile aprico,
a ricordare l’ore benedette.

Tra spicchi d’ombra e sole m’incammino
fra quelle primavere, estati e inverni
e in questo freddo autunno mi trascino

fin qui, tra questi miei muri paterni,
a rinvenir vigore di bambino,
per mitigare al cuor rancori e scherni.

(Osvaldo Santoro, poeta vastese)

Si dice che la nostalgia sia un voler ritornare in un determinato luogo e indietro nel tempo che abbiamo già vissuto. Ma il tempo è irreversibile!  

La nostalgia si contrappone alla speranza, perchè evoca situazioni passate, però entrambe hanno come baricentro il tempo: il tempo passato, per la nostalgia; il tempo futuro, possibile, per la speranza.

A Zacinto  

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fàtali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

(Ugo Foscolo)

Allora… in un tempo assai lunge
felice fui molto; non ora:
ma quanto dolcezza mi giunge
da tanta dolcezza d’allora !  

Quell’anno! per anni che poi
fuggirono, che fuggiranno,
non puoi, mio pensiero, non puoi,
portare con te, che quell’anno !

Un giorno fu quello, ch’è senza
compagno ch’è senza ritorno;
la vita fu vana parvenza
sì prima sì dopo quel giorno !

Un punto ! … così passeggero,
che in vero passò non raggiunto,
ma bello così, che molto ero
felice, felice in quel punto !

(Giovanni Pascoli)

Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch’io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata da vive luci.  

Odor di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.

Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.

Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.

(Vincenzo Cardarelli)

Dolce paese, onde portai conforme
l’abito fiero e lo sdegnoso canto
e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
pur ti riveggo, e il cor mi balza in tanto.  

Ben riconosco in te le usate forme
con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,
e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le pioggie mattutine.

(Giosuè Carducci)

La nostalgia è il sentimento del tempo perduto, inafferrabile, in particolare quello dell’infanzia e l’adolescenza, se sono state felici. Allora si ripensa alla magia di quel periodo.  

Ma non c’è rimedio. La nostalgia, la poesia con l’incanto delle sue parole, non possono restituire ciò che è perduto.

Ricordi che rivivono
nell’anima e nel cuore
con struggente nostalgia
ombre fuggevoli,
erranti nell’eternità.  

(Angelo Del Moro)