Archivio per la categoria 'Foto d'epoca'

Scene dalla frana del ‘56

Grazie ad una generosa visitatrice sono venuto in possesso di queste miniature di foto risalenti al periodo della frana. Difficile resistere alla voglia di pubblicarle.

“il 22 febbraio 1956 il Muro delle Lame e le case sovrastanti cominciarono a mostrare vistose crepe ed a crollare. Il fenomeno andò avanti per tutta la primavera, fino all’estate. Fu ordinata l’immediata evacuazione e fortunatamente non ci furono vittime fra gli abitanti. Ma un intero quartiere del borgo antico fu inghiottito dalla frana. Scivolarono a valle circa 150 alloggi, compreso l’imponente Palazzo delle Poste. L’antica chiesa di S. Pietro rimase in bilico sul dirupo e riportò danni irreparabili, per cui si decise negli anni successivi la sua demolizione”

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Sciang-hai

Vasto - Scianghai
Come appariva una volta la zona di Piazza Verdi conosciuta anche come Shangai, o meglio… “Sciang-hai“(!!)
Dalla strada principale (allora strada statale, oggi corso Mazzini) transitava tutto il traffico della direttrice adriatica.

C’era una volta Via Adriatica…

vasto, via Adriatica
Un tratto di Via Adriatica.

La stazione di Vasto

Laviniano ci fornisce una interessante ricostruzione storica dello sviluppo della rete ferroviaria italiana, parlando anche della stazione di Vasto.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia fra le prime incombenze del governo ci fu la conferma delle concessioni ferroviarie alle società che avevano ricevuto l’appalto di costruzione dai vari Stati nella penisola, accogliendone altre.
Fu completata nel novembre del 1861 l’importante linea da Milano a Piacenza, che dopo la costruzione del ponte in ferro sul fiume Po, nel 1865, fu unita alla Piacenza-Parma-Bologna, di 147 km, già attiva dal 21 luglio 1859, e alla Bologna-Forlì-Rimini-Ancona, voluta dallo Stato Pontificio (che all’epoca aveva il potere temporale su quel territorio), realizzata nel novembre del 1861 dalla concessionaria “Società generale delle Strade Ferrate Romane”, dopo adeguati sussidi finanziari da parte del nuovo Stato italiano.
Il tronco ferroviario da Bologna a Forlì venne aperto all’esercizio l’1 settembre 1861, quello da Forlì a Rimini il 5 ottobre e, nel mese successivo, il 17 novembre da Rimini ad Ancona. Per le linee dell’Italia meridionale il 15 maggio 1861 venne presentato alla Camera dei Deputati un progetto di fattibilità di nuove strade ferrate in concessione. La richiesta, però, incontrò molte difficoltà, fino a che nel luglio del 1862 ne fece richiesta, per una società da costituirsi, il conte Pietro Bastogi, già ministro delle finanze nel Regno d’Italia.
La nuova concessionaria, costituita a Torino il 18 settembre 1862 (presidente ne fu lo stesso conte Bastogi, con due vice presidenti, il conte Bettino Ricasoli ed il conte Giovanni Baracco) fu denominata “Società Italiana delle Strade Ferrate Meridionali” e divenne una delle più importanti. Realizzò velocemente (come era desiderio del governo) i 146 km della linea da Ancona a Pescara, aperta all’esercizio il 13 maggio 1863, e, nello stesso anno, i 158 km della linea Pescara-Foggia, prolungata il 29 aprile 1865 a Brindisi ed il 15 gennaio 1866 fino a Lecce.
In particolare, il tratto da Pescara ad Ortona entrò in esercizio il 15 settembre 1863, da Ortona a Foggia il 25 aprile 1864.
La linea ferroviaria adriatica fu la prima a congiungere il meridione con il centro-nord Italia. Infatti non esistevano ancora ferrovie sul versante tirrenico a sud di Eboli. Il sovrano Vittorio Emanuele II il 9 novembre 1863 inaugurò con il viaggio in treno la tratta Pescara-Foggia, ma la fretta per terminare i lavori nel tempo previsto costrinse a ritardare fino al 25 aprile 1864 l’apertura al pubblico del tronco ferroviario. Ci furono molte polemiche sui giornali nei confronti della concessionaria, accusata di aver fatto transitare il re d’Italia su un pericoloso tratto di strada ferrata costruita sulla costa e sostenuta da palizzate soggette alle ondate. Ma se la società non apriva quella linea entro il 10 novembre perdeva il premio di produzione di un milione di lire…

Di quel viaggio inaugurale del re d’Italia è interessante, per noi “vastaroli”, la corrispondenza tra l’abruzzese (di Bomba) sottosegretario agli Interni, Silvio Spaventa, ed il nostro concittadino Silvio Ciccarone, allora maggiore comandante delle “Guardie Nazionali”.
Il 20 ottobre 1863 Silvio Spaventa scrive a Ciccarone: “…Il re verrà, pare ormai sicuro…Cosa dovete fare voi ? Ho scritto al Sotto Prefetto quello che mi pareva bastasse. Principalmente è da badare alla sicurezza della strada: questo è un punto capitale. Del resto sperare che salga a Vasto non si può: dunque bisogna operare agli abbellimenti della stazione. Molta Guardia Nazionale, molto popolo, molte signore, de’ begli arazzi, qualche trofeo semplice ed espressivo…Tornando a riaprirsi il Parlamento, i più dei ministri verranno col Re. Io non verrò: non potrò…

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Silvio Ciccarone in una lettera successiva racconta a Silvio Spaventa la sosta del re Vittorio Emanuele alla “stazione” di Vasto: “Mio Amico, reduce da Foggia ove m’ebbi la fortuna di accompagnare il Re mi credo nel dovere darti pochi ragguagli delle feste osservate lungo la linea. Qui (a Vasto) furono cordiali ed entusiastiche; meglio che 700 Guardie Nazionali in divisa erano schierate alla destra del padiglione e 400 senza divisa stavano alla sinistra. La tenda costruita a cura e spesa del Municipio di Vasto era splendida oltre ogni dire. La si è dovuta far costruire, perché la Società delle Ferrovie non ebbe la degnazione di rizzare neppure una baracca per uso di stazione. …Il re non voleva scendere, ma il Corradi ed il corpo imponente di 300 Dame gli fecero violenza e s’ebbe la fortuna di averlo in mezzo a noi per pochi minuti. Indicibile la calca del popolo, il Re piangeva, perciò l’effetto incalcolabile….”.
Ci sono anche altre lettere su quell’evento, ma mi fermo qui, dicendovi che la stazione di Vasto fu costruita l’anno successivo dall’impresa edile Gallo ed inaugurata il 31 dicembre del 1864, alla presenza delle autorità politiche e religiose. Sindaco dell’epoca era Filoteo D’Ippolito.