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Punta d’Erce: due ipotesi sull’origine del toponimo.

puntaderce.jpgIn alcune aree campane e salentine il teonimo Erce tramanda la memoria di Ercole, divinità che era molto venerata anche in Abruzzo, specie nelle zone vicine alle strade tratturali. Perciò è plausibile pure nel territorio di Vasto il teonimo (=nome di divinità) Punta d’Erce.

Ma è valida anche un’altra ipotesi, che ci conduce lontano nel tempo. Sul promontorio di Punta Penna sono stati rinvenuti reperti e resti di un piccolo villaggio d’origine frentana, continuato ad abitare successivamente per alcuni secoli. Allora si può pensare che il vicino promontorio di Punta d’Erce sia stato utilizzato nell’antichità come roccaforte per l’estrema difesa degli abitanti. In pratica l’arx (fortificazione con mura difensive), dal quale derivarono numerosi toponimi in tutta Italia, ad esempio “Arce”, e similari. Il passaggio linguistico da “Arce” ad “Erce” può avvenire facilmente per l’intervento del dialetto dei parlanti.

Ricordi vastesi

La memoria “lavora” in silenzio, ma diventa “voce narrante” quando annoda le trame dei ricordi, per salvarli dall’oblio.

A volte basta una canzone, un brano musicale, una fotografia per tornare al passato… e quel tempo diventa cornice di un racconto, di una poesia…

“Lu ricorde”

A la sprovviste nu ricorde arrive
gne chele sunne che te fa svejà
e a ucchje apirte pare ch’arevive
na storie vicchje che fa ’dduselà.

Le sinte na bbande, nche lu sone
che ’avveceine… passe…e se ne va:
na puhesì po resse, na canzone…
na neequetate che n’ze po’ scurdà.

Nnche nu mutive allegre o nu lamente
te pò fa piagne o ride, a lu mumente;
se n’arevà po, sempre cchià darasse,
ma fine a che nen mure nen te lasse.

Lu tempe vole e quande l’ore arrive
nu pure duventame nu mutive
e pure nù gne èsse, piane piane,
dalonghe iame…sempre cchiù luntane.

’Mmezze a la ggente che nen ce stà cchià
ricurde tra ricurve, pure nù.

(Osvaldo Santoro, poeta vastese)

Scrivere per non disperdere alcuni ricordi personali o memorie collettive, pur nella consapevolezza che i ricordi sbiadiscono, mutano la realtà col trascorrere del tempo.
Cambia anche la percezione degli spazi: una strada, una casa, un panorama. Come li abbiamo visti nell’infanzia ? Possiamo sforzarci di ricordare le sensazioni di allora, ma se ritornassimo in quei luoghi li vedremmo, comunque, in modo diverso.

“Lo stesso inganno”

Ritornare
sul luogo dei ricordi
per riesumare
le spoglie del passato
è usare
violenza al cuore.
Lo stesso inganno
di chi guarda
la lucciola di giorno
e scopre che è
un insetto nero
che gli cammina goffo
sul palmo della mano.

(Bruno Dall’Olio)


La costa frentana, i paesi sulle colline vicine la riviera, Vasto: percorsi di memoria ed illusioni sentimentali in un gioco di riflessi.
Ricordare per “leggere” il passato e costruire l’autobiografia.A volte per ricordare bastano le prime note di una canzone che non si ascoltava da tempo per tornare con la memoria a quel tempo…a quella ragazza amata nel tempo d’estate; alla spiaggia di Vasto con i gabbiani che cabrano sul mare turchese; all’antica dimora dove sono nato, nel centro storico.Già, la casa avita. Quando torno a Vasto quella palazzina sembra accogliermi con un abbraccio affettuoso, consolatore.

Il bel portale immette in un piccolo giardino ed allo scalone che conduce al piano superiore, dove ci sono le stanze che mostrano i segni del tempo che passa, pavimentate con le ceramiche di Vietri sul Mare, preferite da mio nonno, che scelse per ogni camera diverse tonalità e disegni di mattonelle.

Nello studio-biblioteca lo scorrere del tempo sembra lieve, come il velo di polvere che si posa silenziosamente sugli specchi, sui mobili, sui libri che hanno conosciuto varie generazioni della mia famiglia.

Dietro la porta d’ingresso nella camera da letto dei miei genitori ci sono ancòra incisi dei segni, quasi impercettibili, che soltanto io vedo bene, perchè rappresentano un piccolo segreto tra me e mia madre, che li tracciava per indicare periodicamente la mia crescita in altezza.

Poi c’è il salotto, quella della buona borghesia…di una volta, dove venivano intrattenuti gli ospiti. In questa stanza i segni del tempo sono sui bordi lisi delle vecchie poltrone in pelle, vicine al caminetto annerito dal fumo di lontani inverni.
Sul divano ci sono gli sbiaditi cuscini ricamati da una zia. Ancòra la ricordo in quei giorni d’estate, seduta vicino la finestra che si apre sul golfo, per rinfrescarsi con la brezza marina pomeridiana e per carpire la luce solare mentre era intenta a seguire con ago e filo il disegno sulla tela incastrata nel telaio da ricamo.

Quando torno a Vasto da quella finestra ammiro le isole Tremiti con lo stesso stupore di quando ero adolescente, anche se in quel tempo la contemplazione del paesaggio m’immalinconiva, perchè ero “lontano” dalla fanciulla amata, che pur abitava nella stessa via. Soltanto i rintocchi scanditi lentamente nell’antico borgo dall’orologio sul campanile della chiesa di San Giuseppe lenivano la mia ansia, nell’attesa dell’uscita serale per incontrare la ragazza dei miei sogni.

 

 

Ricordi vastesi

di Laviniano

La memoria lavora nel silenzio, ma diventa voce narrante quando annoda le trame dei ricordi, per salvarli dall’oblio.

A volte basta una canzone, un brano musicale, una fotografia per tornare al passato… e quel tempo diventa cornice di un racconto, di una poesia…
come questa del poeta vastese Osvaldo Santoro:

Lu ricorde

A la sprovviste nu ricorde arrive
gne chele sunne che te fa svejà
e a ucchje apirte pare ch’arevive
na storie vicchje che fa ‘dduselà.
Le sinte na bbande, nche lu sone
che s’avveceine…passe…e se ne va:
na puhesì po resse, na canzone…
na neequetate che n’ze po’ scurdà.

Nnche nu mutive allegre o nu lamente
te pò fa piagne o ride, a lu mumente;
se n’arevà po, sempre cchià darasse,
ma fine a che nen mure nen te lasse.

Lu tempe vole e quande l’ore arrive
nu pure duventame nu mutive
e pure nù gne èsse, piane piane,
dalonghe iame…sempre cchiù luntane.

‘Mmezze a la ggente che nen ce stà cchià
ricurde tra ricurve, pure nù.

La stazione di Vasto

Laviniano ci fornisce una interessante ricostruzione storica dello sviluppo della rete ferroviaria italiana, parlando anche della stazione di Vasto.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia fra le prime incombenze del governo ci fu la conferma delle concessioni ferroviarie alle società che avevano ricevuto l’appalto di costruzione dai vari Stati nella penisola, accogliendone altre.
Fu completata nel novembre del 1861 l’importante linea da Milano a Piacenza, che dopo la costruzione del ponte in ferro sul fiume Po, nel 1865, fu unita alla Piacenza-Parma-Bologna, di 147 km, già attiva dal 21 luglio 1859, e alla Bologna-Forlì-Rimini-Ancona, voluta dallo Stato Pontificio (che all’epoca aveva il potere temporale su quel territorio), realizzata nel novembre del 1861 dalla concessionaria “Società generale delle Strade Ferrate Romane”, dopo adeguati sussidi finanziari da parte del nuovo Stato italiano.
Il tronco ferroviario da Bologna a Forlì venne aperto all’esercizio l’1 settembre 1861, quello da Forlì a Rimini il 5 ottobre e, nel mese successivo, il 17 novembre da Rimini ad Ancona. Per le linee dell’Italia meridionale il 15 maggio 1861 venne presentato alla Camera dei Deputati un progetto di fattibilità di nuove strade ferrate in concessione. La richiesta, però, incontrò molte difficoltà, fino a che nel luglio del 1862 ne fece richiesta, per una società da costituirsi, il conte Pietro Bastogi, già ministro delle finanze nel Regno d’Italia.
La nuova concessionaria, costituita a Torino il 18 settembre 1862 (presidente ne fu lo stesso conte Bastogi, con due vice presidenti, il conte Bettino Ricasoli ed il conte Giovanni Baracco) fu denominata “Società Italiana delle Strade Ferrate Meridionali” e divenne una delle più importanti. Realizzò velocemente (come era desiderio del governo) i 146 km della linea da Ancona a Pescara, aperta all’esercizio il 13 maggio 1863, e, nello stesso anno, i 158 km della linea Pescara-Foggia, prolungata il 29 aprile 1865 a Brindisi ed il 15 gennaio 1866 fino a Lecce.
In particolare, il tratto da Pescara ad Ortona entrò in esercizio il 15 settembre 1863, da Ortona a Foggia il 25 aprile 1864.
La linea ferroviaria adriatica fu la prima a congiungere il meridione con il centro-nord Italia. Infatti non esistevano ancora ferrovie sul versante tirrenico a sud di Eboli. Il sovrano Vittorio Emanuele II il 9 novembre 1863 inaugurò con il viaggio in treno la tratta Pescara-Foggia, ma la fretta per terminare i lavori nel tempo previsto costrinse a ritardare fino al 25 aprile 1864 l’apertura al pubblico del tronco ferroviario. Ci furono molte polemiche sui giornali nei confronti della concessionaria, accusata di aver fatto transitare il re d’Italia su un pericoloso tratto di strada ferrata costruita sulla costa e sostenuta da palizzate soggette alle ondate. Ma se la società non apriva quella linea entro il 10 novembre perdeva il premio di produzione di un milione di lire…

Di quel viaggio inaugurale del re d’Italia è interessante, per noi “vastaroli”, la corrispondenza tra l’abruzzese (di Bomba) sottosegretario agli Interni, Silvio Spaventa, ed il nostro concittadino Silvio Ciccarone, allora maggiore comandante delle “Guardie Nazionali”.
Il 20 ottobre 1863 Silvio Spaventa scrive a Ciccarone: “…Il re verrà, pare ormai sicuro…Cosa dovete fare voi ? Ho scritto al Sotto Prefetto quello che mi pareva bastasse. Principalmente è da badare alla sicurezza della strada: questo è un punto capitale. Del resto sperare che salga a Vasto non si può: dunque bisogna operare agli abbellimenti della stazione. Molta Guardia Nazionale, molto popolo, molte signore, de’ begli arazzi, qualche trofeo semplice ed espressivo…Tornando a riaprirsi il Parlamento, i più dei ministri verranno col Re. Io non verrò: non potrò…

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Silvio Ciccarone in una lettera successiva racconta a Silvio Spaventa la sosta del re Vittorio Emanuele alla “stazione” di Vasto: “Mio Amico, reduce da Foggia ove m’ebbi la fortuna di accompagnare il Re mi credo nel dovere darti pochi ragguagli delle feste osservate lungo la linea. Qui (a Vasto) furono cordiali ed entusiastiche; meglio che 700 Guardie Nazionali in divisa erano schierate alla destra del padiglione e 400 senza divisa stavano alla sinistra. La tenda costruita a cura e spesa del Municipio di Vasto era splendida oltre ogni dire. La si è dovuta far costruire, perché la Società delle Ferrovie non ebbe la degnazione di rizzare neppure una baracca per uso di stazione. …Il re non voleva scendere, ma il Corradi ed il corpo imponente di 300 Dame gli fecero violenza e s’ebbe la fortuna di averlo in mezzo a noi per pochi minuti. Indicibile la calca del popolo, il Re piangeva, perciò l’effetto incalcolabile….”.
Ci sono anche altre lettere su quell’evento, ma mi fermo qui, dicendovi che la stazione di Vasto fu costruita l’anno successivo dall’impresa edile Gallo ed inaugurata il 31 dicembre del 1864, alla presenza delle autorità politiche e religiose. Sindaco dell’epoca era Filoteo D’Ippolito.