Archivio di Settembre 2006
Palazzo della Penna
Su una spianata nella zona di Punta Penna, in posizione arretrata e molto riservata, è sito il Palazzo della Penna. Risale al 1600 e fu fatto costruire da Innico III D’Avalos. Per la sua costruzione si utilizzarono i resti di alcune torri fortificate presenti nella zona e le pietre ottenute dai lavori per la creazione del porto della Meta. I D’Avalos lo riempirono di preziose opere d’arte, depredate in seguito dai Turchi nell’assalto del 1711 quando sbarcarono nella zona della Lebba. Andato parzialmente distrutto, venne fatto sistemare e nuovamente arredato da Cesare Michelangelo D’Avalos che nel 1723 vi accompagnò in visita il Gran Connestabile Fabrizio Colonna, in quella occasione che oggi si ricorda con la rievocazione del Toson d’oro.
Secondo una leggenda fu edificato in una notte da cento diavoli, da cui anche il nome di Palazzo dei Cento diavoli. Ma c’è chi dice che forse così potevano apparire ai contadini delle zone circostanti i signori che lo frequentavano durante le feste in maschera.
La proprietà passò nell’800 alla famiglia Genova Rulli per poi essere ceduta alla diocesi in anni piu’ recenti come accaduto per tante altre proprietà della stessa famiglia nell’area vastese. Fino agli anni 80 è stato adibito ad orfanotrofio femminile ed oggi, nonostante i lavori di ristrutturazione iniziati, sembra essere caduto nell’abbandono.
La festa di San Nicola della Meta
dal racconto di un giovane pescatore dell’epoca (primi anni del 1900):
“Con la poppa si arrivava fino a riva, tanto a terra che la gente poteva salire a bordo con il timone messo come una passerella. Per non scivolare sul timone ci si metteva una vela piccola. Quando attraccavano la processione aveva già portato il santo a lu Purticciole.
La barca che imbarcava il Santo aveva le vele a riva, legate, e quella che doveva trainarla si metteva davanti. Dopo che era stato imbarcato San Nicola, salivano i ragazzi, le femmine e le donne anziane che si mettevano a proravia dell’albero, per lasciare il posto a poppa, vicino al Santo, ai preti e ai bandisti. Quando tutti erano saliti, al suono della banda e allo sparo dei botti, la processione a mare si avviava verso la spiaggia di Vasto. Quando era bonaccia ci voleva un sacco di lavoro perche la corrente dentro la sacca dava sempre verso Punta Penna, proprio il contrario di dove dovevamo andare noi. Tra il lavoro di parare e la confusione che c’era sulla barca, a volte si arrivava anche a mezzanotte. Alla spiaggia si veniva a terra più che si poteva per far sbarcare il Santo e consegnarlo ai contadini. Dopo I’attracco, a noi giovani, toccava portare in braccio, per non farli bagnare, i preti e le femmine. Quando ti capitavano le ragazze era un provvidenza, ma quando dovevi trasportare le femmine anziane e i preti, specialmente quelli gravanti, era una disgrazia. Una volta a un mozzo è toccato di portare sulla spalle Don Paolo Ruggeri, che solo lui sapeva quanto pesava e, a non più di dieci metri dalla paranza, a quel povero murè avevano cominciato a cedere le gambe e “Scendi don Paolo! Scendi per carità!” Purtoppo per il povero prete che non voleva correre il rischio di bagnarsi la tonaca, non c’era stato nemmeno il tempo di dire amen, che si era ritrovato lungo lungo in acqua. Per fortuna i bandisti, dopo essersi tolte le calze e le scarpe, scendevano a terra da soli. Dopo un po’ si formava la processione, e dopo un lungo giro, si portava la statua del Santo alla chiesa di San Pietro, dove rimaneva un giorno intero. La mattina successiva, si andava a riprendere e, via terra, si riportava San Nicola alla sua chiesa. Dalla marina a Vasto il trasporto era compito dei contadini, dalla chiesa di San Pietro a San Nicola era compito nostro. Se no, botte!”
Di seguito invece un articolo de l’Istonio del 16 maggio 1903 sulla festa di San Nicola che il 10 maggio di quell’anno riprendeva dopo una sospensione durata più di un trentennio:
“Dopo tanti anni, si è celebrata nella nostra città la festa di San Nicola, per voto di tutti i pellegrini che non avevano potuto recarsi a Bari per le infezioni di vaiolo manifestatesi nelle Puglie, con un concorso straordinario e considerevole di popolazione ed anche di forestieri.
Su una spianata che domina il mare, ad un paio di chilometri da Vasto, sorge la modesta chiesa dedicata al santo, biancheggiante in mezzo agli ulivi ed al verde dei vigneti, sulle rovine di un tempio che i nostri antichi avevano dedicato allo stesso taumaturgo. La nuova costruzione venuta su, una trentina di anni addietro, a cura e devozione della famiglia Miscione, può dirsi oggi un modesto santuario, per l’interessamento del nostro rev. arcidiacono Don Giuseppe Miscione, sacerdote esemplare e pio, che le tradizioni di famiglia rispetta e continua; e il nostro popolo trae ogni anno, nella prima domenica di maggio, a quella chiesa, dove una festicciola campestre, allietata dal movimento della piccola fiera, si svolge nel tepore primaverile.
Dal primo anno, in cui la ricostruzione della detta chiesa fu innaugurata e benedetta con solenne funzione sacra e con l’intervento di migliaia di persone, il simulacro di San Nicola non fu portato più in processione, ne si fece la benedizione del mare, tanto che della cerimonia non restava che il ricordo: un ricordo di altri tempi e di altre generazioni. Ma questa volta si è voluto rinnovare la festa del primo anno, la cerimonia del mare, la processione nella città, il ritorno nella chiesa. Alle nove la statua del Santo è stata imbarcata al piccolo porto così detto della Meta (in cui il papa Alessandro III approdò per salire a Vasto, dove ufficiò nel giorno delle Ceneri nella chiesa di San Pietro ) ed è stata portata fino alla stazione col seguito di tutte le barche pescherecce della nostra spiaggia pavesata a festa.
Lo spettacolo era grandioso e commovente, sotto il bel sole di maggio, il mare cullavasi lene lene, terso come uno specchio, e le bilancelle che formavano un gruppo pittoresco, solcavano l’onde a vele spiegate, favorite dal vento che le faceva scorrere come sulla superficie di un lago. Alla spiaggia dove già trovavasi una folla immensa di popolo, tutte le imbarcazioni si sono allineate e la statua del Santo è stata deposta e poi consegnata ai marinai di tutte le paranzelle, i quali per turno dovevano portarla processionalmente. Si è così formata la processione, imponente per il numero di pellegrini, che è salita fino a Vasto e che ha fatto il giro della città, rientrando verso le due pomeridiane nella cappella rurale, donde era uscita, accompagnata lungo tutto il percorso dagli spari delle castagnole, dal suono della banda comunale e dai canti dei pellegrini.
E così è finita la bella festa che ci auguriamo venga annualmente rinnovata. Certo lo spettacolo e stato nuovo e attraente, e la folla dei forestieri e stata anche insolita. Dal belvedere Romani allo spianato delle Grazie, lungo la via Adriatica, nelle finestre e nei balconi prospicienti, sui campanili si addensava tanta folla, che nessuno dimenticherà la splendida giornata e la festa dei colori sotto il trionfo del sole”.
Cronaca di un naufragio
Cronaca di un naufragio - 1930
[..] una mareggiata violentissima abbattutasi improvvisamente sulle coste del medio e basso Adriatico nel pomeriggio del 19 corr., ha continuato tremenda e furibonda per due giorni consecutivi, causando vittime e danni nella Romagna, nelle Marche e negli Abruzzi… fra le tante imbarcazioni sorprese dal fortunale… annoveriamo il “Pier Capponi” battello da pesca, il cui equipaggio era composto da sei uomini: Mazzoni Domenico, capobarca, Mazzoni Francesco, Binni Arturo, Binni Pietro, Binni Sabatino e Comeli Luigi, tutti di Silvi… All’altezza di San Nicola della Meta, dove la scogliera è aspra e inospitale, un violento colpo di mare portò via il timone. La barca non più governata si sbandò e offrì i suoi fianchi ai marosi. Più tardi un urto e uno schianto (erano le 5 di mattina). Il proprietario di un trabocco, tal Sante Mileno di Cesario coadiuvato da Di Crisci Domenico, Cipollone Mauro e Nicola Bozzelli tentarono di soccorrere i naufraghi lanciando loro una fune. Dei sei marinai, avvinghiati ad uno scoglio, 4 si salvarono e due, che non sapevano nuotare, morirono miseramente a 20 metri dalla riva.















