Archivio di Ottobre 2006

Storia del Porto di Punta Penna

porto di VastoLeggo con interesse un articolo di G. Catania su un opuscolo di qualche anno fa dell’ANMI (associazione nazionale marinai d’Italia).
Il primo studio che recava evidenza dell’esistenza di condizioni favorevoli per la realizzazione di un porto nella zona di Punta Penna risale al 1840, ad opera dell’ing. Luigi Dau per conto del comune. Anche studi successivi fino ai primi del ‘900 riconoscevano l’eccellente condizione dell’insenatura “Lotta” come nella prima originale proposta.
Nel 1906 venne incaricato l’ing. Domenico Lo Gatto per redigere il progetto e con il successivo sopralluogo di una commissione tecnica del piano regolatore dei porti il progetto venne approvato.
Ma fu solo nel 1948 che il Consiglio superiore dei lavori pubblici diede l’assenso per il progetto esecutivo delle opere di sistemazione del porto “peschereccio di Istonio”. Vi furono successivi interventi di miglioramento con l’escavazione dei fondali all’ingresso e per la riduzione dei danni dalle mareggiate. Finanziamenti statali vennero erogati sulla base del riconoscimento del porto come infrastruttura a servizio della zona industriale di Piana S. Angelo.
Negli anni ‘80 venne commissionato lo studio per la razionalizzazione e l’adeguamento a Porto Commerciale, prevedendo una diga foranea e la realizzazione di 6 moli e l’allargamento delle banchine, pur mantendendo la stessa struttura.

L’articolo chiude dicendo che pur mancando gli interventi da parte dello stato la struttura assolve egregiamente le funzioni di scalo commerciale ed ha sicuramente favorito lo sviluppo dell’industria locale.

Certo viene da chiedersi “chissà come potrebbe essere oggi la zona di Punta Penna senza il porto e la zona industriale” o piu’ realisticamente se la presenza del porto come incentivo allo sviluppo fosse stata utilizzata con piu’ buon senso e rispetto, ossia con qualche investimento in piu’ da parte di quelle aziende che hanno beneficiato dello stesso porto (Puccioni ad esempio), senza fare man bassa del territorio circostante costruendovi COSI’ A RIDOSSO e APPICCICATI quegli stabilimenti altamente inquinanti che minacciano una delle zone piu’ belle della nostra costa.
Porto di Vasto

Addore d’mare

vicino Santa MariaIn quasi tutti i paesi costieri, specialmente in quelli più antichi, si notano stradine piuttosto strette e perpendicolari alla costa. Questo antico accorgimento urbanistico serve a sfruttare la brezza di mare, che quotidianamente si solleva, per ripulire gli odori e ventilare la città.
I vastesi che amano il mare sul serio, sanno che nel primo pomeriggio si alza un venticello che dal mare va verso terra, dovuto al diverso riscaldamento della terra rispetto al mare.
L’inverso avviene alle prime ore del mattino, e lo sanno coloro che hanno l’avventura di dormire sulla spiaggia su una sdraio, magari coperti da un asciugamano proprio per quel frescolino.
Potete verificare queste stradine lungo via Adriatica, sono via Buonconsiglio, via Barbarotta, corso Dante ecc.
Perchè questo strano preambolo? Per arrivare piano piano a parlare di odori caratteristici della nostra bella città.
Nei mesi da maggio ad agosto, ma potrei sbagliarmi come intervallo, i bagnanti della marina convivevano con barche a secca sulla riva, provviste a poppa di due grosse lampade come quelle che illuminavano le strade urbane, ma molto più grandi.
Invece delle lampadine avevano delle strane cuffiette bianche, a rete fitta, e a forma di bulbo allungato.
Mentre stavi lì sulla rena, e le nostre mamme cominciavano a raccogliere le cose da spiaggia, vedevi arrivare piccoli gruppi di pescatori, con l’inevitabile cicca di sigaretta tra le labbra che, strano a dirsi, non si consumava mai.
Preparavano le barche per il varo e rifornivano di comburente i serbatoi delle lampade. Era una sostanza, carburo di calcio, che a Vasto chiamavamo la “citoletta”; sciolto in acqua sviluppava un gas, l’acetilene, che bruciava di una luce vivissima. Ricordo ancora l’odore pungente e acidulo.
Finito di preparare le barche, i pescatori le spingevano a mare; qualcuno recuperava le traversine e le ordinava in fila sulla spiaggia pronte per il ritorno.
Dopo un po’, i pescatori si mettevano ai remi e prendevano il largo; intanto mia madre mi strattonava per convincermi ritornare a casa perchè ormai era quasi sera.
Dopo cena, ormai buio, se ti affacciavi al muro delle lame potevi finalmente scorgere le luci delle lampare, quelle strane barche che avevi visto sulla spiaggia poche ore prima.
Le barche si raggruppavano tra loro, quattro cinque gruppi, non saprei, e cominciavano una danza antica come il mare, per pescare le alici e le sarde che, attratte dalla vivida luce delle lampade, le seguivano stordite.
Quando il gruppo di lampare si era stretto e il capopesca aveva verificato una buona quantità di pesce, allora un paio di barche calava la rete, circondava la massa di pesce che si era raccolto sotto le luci e tirava a bordo il sacco.
Cari amici vi assicuro che vedere il golfo di Vasto con un cielo stellato e con queste luci sul mare, nero di notte, era uno spettacolo da far venire la pelle d’oca. Dovete poi pensare che se erano uscite le lampare allora era una serata di bonaccia, altrimenti sarebbero rimaste a terra,e saprete tutti cosa sia una serata di bonaccia a Vasto.
Non le ho viste mai rientrate a riva, ma mi dicevano che avveniva al mattino, molto presto.
Infatti si trovavano le tracce la mattina dopo sulla spiaggia; piccoli mucchi di sardine scartate e già coperte da un nugolo di api forsennate, qualche granchio e piccole meduse. E poi c’erano quelle cuffiette di lampadine che erano servite la notte per amplificare la luce della citoletta. La cosa strana era che appena le toccavi svanivano in polvere; non riuscivi a raccoglierle nelle mani.
Intanto le sarde e le alici erano andate al mercato e tutte le famiglie attorno alla chiesa di S.Pietro, quasi tutte di pescatori, ne avevano fatto scorta. E adesso arriva la brezza di mare.
Fuori dalla porta di casa, proprio a sfruttare quel venticello che intanto cominciava a spirare dal mare, le nonne e le mamme cominciavano attorno alle sei ad appicciare la furnacelle ‘nghi li carvune. Appena pronta la brace, tenuta viva dalla brezza, ecco per prima i peperoni ad arrostire, chè ci vuole più tempo; quelli verdi sono poi la fine del mondo.
Dopo i peperoni finalmente le sarde, quelle belle grosse e grassottelle, con tutta la testa. Appena stese sulla graticola sentivi lo sfrigolio dell’olio di oliva che colava sui carboni, una fumatina blu e qualche fiammata. Vicine, attente ed esperte, le donne vigilavano sulla giusta cottura; ogni tanto davano una sciusciata con dei ventagli fatti di penne d’oca sbruciacchiate, per spegnere le fiammelle provocate dall’olio che colava e che ogni tanto loro stesse aggiungevano per non far seccare il pesce.
Adesso, cari vastesi, solo voi che lo siete da antica storia, provate ad immaginare quale mix di odori trasportava la brezza di mare da quelle stradine, sù, sù, fino a piazza Rossetti. E se poi, prima che la brace si estingueva, si aggiungeva alla griglia qualche seccitella, la creazione era compiuta.
Il pesce blu è detto pesce povero, ma per me, arrostito ha un odore superiore a qualunque altro pesce.
Erano proprio quegli odori che si infilavano in ogni vicolo spinti dalla brezza, a richiamare noi ragazzini e i nostri padri in piazza per tornare a casa, a cena.
Sardelle arroste con i peperoni, conditi con abbondante olio d’oliva e sale grosso.
L’olio appena prelevato da lu vutunelle e la musurelle ancora sulla tavola in una tazza sbeccata; il sale grosso, c’era solo quello, appena pestato dentro lu murtarelle di legno e reso più sottile ma non fine, tanto che lo sentivi ancora scrocchiare sotto i denti con i peperoni.
Le sarde si mangiavano direttamente con le mani, ancora bollenti di graticola, divorando prima un lato e poi l’altro, e infine una succhiata alla testa, ricca di fosforo.
Per i peperoni si prendeva na friccinanna e si distendeva su un pezzo di pane a la case, largo e sottile; e ancora gocciolante d’olio lo portavi alla bocca tra una sarda e l’altra.
Allora si mangiava un po’ saprite, cioè salatello, e l’acqua fresca dalla brocca era una gioia per la gola.
La cena si chiudeva con precoche e lecine, oppure le filaccele.
Le dita delle mani rimanevano a lungo con l’odore delle sarde, anche quando si tornava a scrutare le luci delle lampare che la mattina dopo ti portavano di nuovo quella cena, magari con qualche variante (e le alici fritte?).
Ora la brezza di mare c’è ancora, sta a noi vastesi aggiungere il resto e mi sembra che carbone e peperoni non mancano di certo.
foto di Geo8 (Flickr.com)

La loggia di sera


La loggia di sera di lucfan69 on Flickr.com

Cronaca del conferimento del Toson d’oro

dal sito: http://www.disanzadalena.it (di Sebastiano Pasquini)

I preparativi dell’evento durarono alcuni mesi e quando tutto era pronto per ricevere l’illustre ospite, accompagnati dalla loro corte, arrivarono nella  vicina Atessa, ove furono ospitati alcuni rappresentanti di quella città.
Dopo alcune consultazioni attraverso i rispettivi segretari venne deciso che la venuta del Principe fosse fissata per il 23 ottobre.
Intanto a Vasto arrivarono i primi invitati e ospiti del marchese: il marchese Castiglioni, i vescovi di Isernia e di Trivento, il preside di Abruzzo Citeriore.
Il 23 il governatore di Monteodorisio alla testa di 370 uomini di truppa baronale andò a ricevere il Connestabile ai confini dello Stato, nei pressi di Scerni. Un’ora dopo usci dal Vasto lo sfarzoso corteo marchesale che si apprestava a ricevere il Principe, formato da 2 forieri a cavallo, due trombe, quattro staffieri, il cavallerizzo maggiore.
Altri dodici staffieri a cavallo, un gentiluomo di camera, seguiva un buon numero di lacchè e poi le LL.AA. Cesare ed Ippolita D’Avalos.

Seguivano i Baroni d’Abruzzi e di Capitanata, quindi i Cavalieri di Camerata del Marchese, le damigelle della Marchesa, alcuni gentiluomini e un gran numero di nobili, notabili e cittadini a cavallo.
Appena il marchese col suo corteo fece rientro a Vasto con l’ospite, la città li accolse con grande fragore e gioia, con suono di campane, scoppio di mortaretti e sparo di 57 pezzi di artiglieria.

Dopo vari convenevoli con le autorità cittadine i Colonna si insediarono nel Palazzo D’Avalos e alle 17:30 venne eseguito un concerto di musica classica in loro onore; quindi si cenò nel “quarto” della marchesa”, ove si ammirarono grandi lavori di zuccheri indorati e illuminati.
Il Connestabile come candidato sedette tra le due dame, a fianco delle quali presero posto i due vescovi ed il Marchese; con dirimpetto i Cavalieri di Camerata. La cena fu splendida ed in pubblico, come tutte le altre seguenti, ed alla fine fu servito un prelibato Tokaj.

La mattina del 24 ottobre 1723, alle ore dieci e trenta, il Segretario regio, Giovan Battista Castiglioni, marchese di Arielli, si recò a prelevare dalle sue stanze il candidato all’Ordine del Toson d’Oro, il Principe Fabrizio Colonna, Gran Connestabile del regno di Napoli; nella Camera di udienza, seduto sotto il baldacchino, vestito alla spagnola col mantello di damasco nero e le insegne del S.R.I., il Marchese Commissario diede ordine al segretario d’introdurre il candidato. Questi appena entrato fece riverenza e restò in piedi vicino al Segretario; il Segretario espresse in latino che l’Imperatore, come Re di Spagna, capo dell’Ordine del Toson d’Oro, avendo riguardo alla progenie ed alle virtù personali di Fabrizio Colonna, l’aveva eletto per essere associato a quell’Ordine e ne aveva dato al Marchese la piena podestà.
Il Marchese quindi domandò al candidato se perseverava nel desiderio, se ne aveva notizia degli Statuti e se era pronto a dare il giuramento solito e, avutane risposta affermativa, gli fece legger la formula del ringraziamento, dell’accettazione e della promessa a lui presentata dal Segretario.
Quindi il Marchese lesse le parole del Capo 52 del della Costituzione dell’Ordine e in nome dell’Imperatore lo ammise in vita all’Ordine stesso.
Il Segretario allora lesse il Diploma Cesareo ad alta voce; quindi il Marchese domandò al candidato se era stato armato Cavaliere: quegli gli rispose di no e si inginocchiò davanti la sedia del commissario. A questo punto entrò nella sala il conte di Villamuri che dopo aver preso la spada d’onore da un bacile d’argento, la porse, anch’egli inginocchiato, al Commissario il quale con essa toccò tre volte l’omero sinistro del Candidato, pronunciò la formula latina. “Efficiet te Deus bonum et honorabilem Equitem in nomine Domini nostri et S. Georgij” e gli prescrisse il giuramento.
Quindi il candidato si inginocchiò davanti il tavolino sul quale in due grandi piatti d’argento erano il Crocifisso ed il Messale aperto al vangelo di quel giorno e mentre il Segretario lesse la formula del giuramento egli, tenendo le mani una sul Vangelo  e l’altra sul Crocifisso, appena terminata rispose: “Ita juro, et sic me adjuvet et Deus et omnes Sancti ejus”.
Si levò allora in piedi e s’inginocchiò di nuovo davanti al Commissario: il Segretario allora prese da un bacile d’argento la collana d’oro dell’ordine, su cui era inciso il motto “Plus Ultra” e inginocchiandosi a sua volta la diede al Marchese che la pose al collo del nuovo Cavaliere.

Terminata la solenne cerimonia i tre entrarono nella grande anticamera di S. Pietro ove era raccolta tutta la nobiltà.
Intorno all’altare preparato per l’occasione era l’intero capitolo di S. Maria Maggiore (di cui due Protonotari Apostolici, D. Giovanni Casilli e D. Giacinto Olivj e otto canonici erano parati) ed il Vescovo di Trivento vestito pontificalmente, il quale all’entrata del corteo marchesale intonò il Te Deum, seguitato poi dai musici. Dopo il Te Deum il Vescovò celebrò messa bassa, accompagnata da un canto di mottetti ed infine recitò in pulpito elegante orazione latina.

Nel frattempo dalle finestre e dal balcone centrale del palazzo vennero gettati al popolo minuto, accorso in piazza, gran quantità di pani, formaggi ed altri commestibili, mentre le sei cannelle della fontana grande davanti la chiesa di S. Agostino versarono vino bianco e rosso per cinque ore consecutive.

Terminata anche la cerimonia religiosa, alle tredici e trenta, si passò alla stanza preparata per la colazione ed alla tavola d’onore, per quel giorno solo, fu ammesso l’undicesimo commensale nella persona del Marchese Castiglione.

Fuori del palazzo i festeggiamenti popolari proseguirono con la stessa intensità, perché ai giochi della cuccagna e della tombola si aggiunse la distribuzione gratuita di lauto rinfresco a tutto il popolo e l’incendio di una macchina pirotecnica di 700 libre di polvere, rappresentante il rapimento del Vello d’Oro e si accesero da tutte le finestre del Palazzo centinaia di torce di cera da quattro libbre, lasciate poi ardere interamente.

Il 25 ottobre il Marchese e i suoi ospiti visitarono il Palazzo della Penna, la più grande villa suburbana di proprietà marchesale a tre miglia dal Vasto e “Il Frutteto”, altra villa marchesale.

Ritornati nel Vasto, assistettero dal balcone ad uno spettacolo di fuochi pirotecnici e poi scesero tutti al teatro, situato al pianterreno del Palazzo.

La grande sala, oltre alla platea, aveva un palco centrale  e due laterali, nei quali, a seconda del loro grado, gli spettatori si ripartirono. Si rappresentò il “Trionfo di Bacco”, opera musicale in quel tempo famosa, cantata in dialetto napoletano da otto “scogliati” con accompagnamento di sette violini, violoncello, viola, arciliuto, cornetta  e due trombe, diretti da due maestri di cappella. Tale complesso era stato chiamato nel Vasto da più di un mese.

Al concerto seguì una cena durante la quale ottennero vivo successo in diverse sonate i corni da caccia del Connestabile, ai quali il Marchese regalò quattro doppie.

Il giorno 26, nonostante la pioggia, partirono tutti per una grande battuta di caccia alla Bufalara, sulla pianura del Trigno.
La caccia durò dalle undici e trenta alle quindici  e trenta, ma a causa del vento contrario che spinse gli animali a rifugiarsi sui boschi sopra Montebello, non diede i risultati previsti.

Tornati a Palazzo tutti si scambiarono preziosi regali come ricordo dell’evento e come consuetudine fra i nobili.

Finalmente il 2 novembre, giorno fissato per la partenza del Principe, arrivarono alla marina di Vasto tre brigantini del Marchese, sui quali gli ospiti avrebbero dovuto fare il viaggio fino a San Vito, ma date le condizioni del mare in tempesta il Connestabile partì con il suo seguito via terra salutato da  triplice scarica di cannoni ed accompagnato per lungo tratto dalla corte del Marchese.

Le premure di Don Cesare verso l’ospite durarono per l’intero viaggio di ritorno fino a Roma.

Dopo la partenza del Colonna, Don Cesare fece generosa distribuzione di doni a tutti quelli, invitati, stipendiati o assunti per l’occasione, verso i quali si sentiva obbligato.
Alla scafa del Sangro, a dodici miglia dal Vasto, si innalzò per l’ultima volta il padiglione turchesco, entro cui il Marchese fece servire lauta colazione. A Lanciano, feudo del Marchese, un buon numero di truppe baronali, con alfiere, sergente e tamburo sparò a salve in onore degli ospiti che, ricevuto alla porta della Città l’omaggio del governatore baronale e del Mastrogiurato, scesero davanti la cattedrale della Madonna del Ponte, ove furono ricevuti dall’Arcivescovo e da tutto il clero. Dopo il pernottamento si ripartì alla volta di Francavilla al Mare, dove ebbe fine l’ospitalità del Marchese concessa a Fabrizio Colonna.
Di questa ospitalità fu decantata la magnificenza e la finezza dai molti baroni di Abruzzi e Capitanata intervenuti in gran gala e perché non se ne perdesse traccia Orazio Guidotti, Capitano della Grassa dei due Abruzzi, ne scrisse minuziosa relazione da cui è stata tratta la presente tesi.